UP150 su Frontiers in Psychology: la prova scientifica che l’ufficio può curare

In short: Pubblicati su Frontiers in Psychology i risultati finali dei due anni di sperimentazione UP150 con l'Università degli Studi di Milano: efficienza motoria, attività fisica, benessere psicologico e percezione del lavoro.
📅 Luglio 28, 2026 • ⏱️ 11 min read
Ci sono idee che per anni restano confinate nella categoria “bella intuizione”. Nessuno le contesta apertamente, nessuno le finanzia davvero. Vivono in una zona grigia dove l’entusiasmo dei promotori non basta e la prudenza degli scettici vince per inerzia.
L’idea che un ufficio potesse migliorare la salute di chi ci lavora — non evitare di peggiorarla, ma migliorarla in modo misurabile — è rimasta in quella zona grigia per decenni. Scrivanie regolabili, palestre aziendali, campagne motivazionali: interventi che funzionano per qualche settimana e poi si spengono, come dimostra una letteratura scientifica lunga vent’anni.
Il 17 giugno 2026 quella zona grigia si è chiusa. Frontiers in Psychology, rivista internazionale peer-reviewed, ha pubblicato i risultati di due anni continuativi di sperimentazione del concept UP150 all’interno di un’azienda reale, con gruppo di controllo, misurazioni oggettive e analisi statistica completa. Il titolo è asciutto — Integrating physical activity into the workplace: opportunities for enhancing employee health — ma quello che contiene è la cosa che mancava a tutto il settore: la prova.
Che cosa è stato pubblicato, e dove
Lo studio è firmato da Gabriele Signorini, Raffaele Scurati, Andrea Bosio, Angelo Pagano, Emanuele Magaldi, Pietro Luigi Invernizzi e Marta Rigon, del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, con il contributo dello Human Performance Laboratory del Mapei Sport Research Centre.
È stato pubblicato nella sezione Health Psychology di Frontiers in Psychology (impact factor 3.8), in open access con licenza CC BY: chiunque può leggerlo, scaricarlo, citarlo. Ha superato la revisione di due referee internazionali — Sophie Carter della York St John University e Milorad Spanović dell’Università di Novi Sad — sotto la supervisione editoriale di Nada N. Marić dell’Università di Banja Luka. Nessun finanziamento commerciale, nessun conflitto di interesse dichiarato.
Sono dettagli tecnici. Ma sono esattamente i dettagli che separano un white paper aziendale da un risultato scientifico. Qui siamo nel secondo caso.
Due anni, quattro misurazioni, nessuna scorciatoia
Il disegno dello studio è il punto in cui questa ricerca si distacca da quasi tutto ciò che esiste sul tema.
41 dipendenti di uno studio di architettura italiano (Progetto CMR) sono stati seguiti da ottobre 2022 a giugno 2024: 24 nel gruppo sperimentale, che ha vissuto quotidianamente il modello UP150, e 17 nel gruppo di controllo, che ha continuato la propria routine abituale. Tutti lavoratori d’ufficio con almeno sei ore al giorno alla scrivania — il profilo di rischio classico.
Ogni sei mesi, quattro volte in due anni, sono stati misurati:
- Efficienza motoria, con il Cubo Fitness Test: cinque prove submassimali basate sulla percezione dello sforzo, che restituiscono un indice complessivo normalizzato per età e genere;
- Attività fisica reale, con accelerometri triassiali Axivity AX3 indossati al polso per una settimana intera, 24 ore su 24 — non questionari, non autovalutazioni: dati grezzi a 100 Hz;
- Benessere psicologico, con la versione italiana validata del Psychological General Well-being Index (22 item, sei dimensioni);
- Percezione sociale e psicologica del lavoro, con il Job Content Questionnaire di Karasek nella versione italiana validata (49 domande).
A chiudere, interviste semi-strutturate condotte da un ricercatore estraneo a tutte le fasi precedenti dell’intervento e analizzate con metodologia grounded theory da due valutatori indipendenti. Approvazione del Comitato Etico dell’Università di Milano (n. 84/20).
Due anni. Quattro rilevazioni. Un gruppo di controllo. Misure oggettive affiancate a misure percettive. È il livello di rigore che di solito si riserva a un farmaco, applicato a un ufficio.
Il corpo cambia: l’efficienza motoria
I due gruppi partivano identici: nessuna differenza statisticamente significativa in nessuno dei parametri iniziali. Dopo due anni, il quadro è un altro.
Il gruppo UP150 ha migliorato in modo significativo il test di Ruffier (fitness cardiorespiratorio, p = 0.004), il push-up 30 secondi (p < 0.001, η²p = 0.326), la mobilità della spalla (p = 0.002) e il sit and reach (p < 0.001, η²p = 0.394). L’indice complessivo di efficienza motoria ha registrato un’interazione tempo × gruppo significativa a favore del gruppo sperimentale (p < 0.001, η²p = 0.224).
In termini statistici, quegli η²p sopra 0.14 indicano effetti di dimensione grande. In termini umani: persone sedentarie che dopo due anni respirano meglio salendo le scale e riescono a piegarsi in avanti senza che la schiena protesti.
Il gruppo di controllo, nello stesso periodo, non ha mostrato alcun cambiamento significativo. È il confronto che rende il dato interpretabile: non è l’effetto del tempo, non è l’effetto dell’attenzione. È l’effetto dell’ambiente.
Un dato non è migliorato: il sit-up da seduto a 30 secondi (p = 0.127). Gli autori lo dicono e lo spiegano — costruire forza addominale richiede volumi e intensità di allenamento che una pausa attiva in abbigliamento da ufficio non può realisticamente produrre. Una ricerca seria dichiara anche ciò che non ha funzionato.
Il movimento diventa abitudine, dentro e fuori l’ufficio
Qui arriva il risultato che vale più di tutti, e che è la ragione per cui la letteratura sugli interventi aziendali è piena di fallimenti.
Gli accelerometri hanno registrato nel gruppo UP150 un aumento significativo dell’attività fisica leggera (p = 0.002, η²p = 0.158) e moderata (p < 0.001, η²p = 0.226) su base settimanale, con un incremento più contenuto ma rilevabile anche nell’attività vigorosa (p = 0.029).
E l’attività vigorosa, sottolineano gli autori, non può essere avvenuta in ufficio: nessuno fa attività ad alta intensità in giacca e camicia, e i wellness coach erano lì proprio per guidare intensità leggere e moderate. Quel movimento è stato fatto altrove. Fuori dall’orario di lavoro. Di propria iniziativa.
È la prova che l’intervento non ha solo spostato dei corpi dentro un edificio: ha modificato uno stile di vita. Le interviste lo confermano — diversi partecipanti raccontano di aver aumentato l’attività fisica anche nel tempo libero.
La mente segue il corpo
Il Psychological General Well-being Index ha mostrato interazioni tempo × gruppo significative su positività (p < 0.001, η²p = 0.607 — l’effetto più grande dell’intero studio), salute generale percepita (p = 0.003), vitalità (p = 0.006) e punteggio totale di benessere (p = 0.019).
I numeri raccontano due traiettorie opposte. Nel gruppo UP150 il punteggio totale sale da 73.5 a 81.5. Nel gruppo di controllo scende da 75.6 a 74.4, con un minimo di 69.1 a metà percorso. La vitalità del gruppo sperimentale passa da 11.2 a 14.1; quella del controllo scende da 12.9 a 11.8.
Anche qui, onestà: le sottoscale ansia, depressione e autocontrollo non hanno mostrato differenze significative. UP150 non è un trattamento clinico e lo studio non pretende che lo sia. Agisce su energia, positività, percezione della propria salute — non sulla psicopatologia.
Il risultato più inatteso: il lavoro pesa meno
Il Job Content Questionnaire ha prodotto il dato che più di ogni altro dovrebbe interessare a un direttore HR.
Il carico di lavoro percepito (job demand) nel gruppo UP150 è passato da 36.1 a 19.0 in due anni, contro una sostanziale stabilità del controllo (34.5 → 32.4): interazione significativa con p < 0.001 e η²p = 0.315. Il supporto sociale percepito ha seguito la traiettoria opposta e speculare, salendo da 19.7 a 26.9 nel gruppo sperimentale mentre scendeva da 23.1 a 21.1 nel controllo (p < 0.001, η²p = 0.317).
Le mansioni non erano cambiate. Le scadenze nemmeno. È cambiato come quel lavoro veniva vissuto: meno schiacciante, più sostenuto dagli altri. Le pause attive non hanno sottratto tempo alla produttività — hanno reso il carico più sopportabile e hanno ricostruito relazioni fra colleghi che il lavoro alla scrivania erode silenziosamente.
L’autonomia decisionale, invece, non è cambiata: dipende dall’organigramma, non dal movimento. Ancora una volta, i confini del risultato sono dichiarati.
La voce delle persone: il wellness coach è il cuore del sistema
Nelle interviste finali, il 75% dei partecipanti ha indicato il wellness coach come elemento fondamentale del concept. Il 68,2% ha valorizzato l’educazione alla consapevolezza corporea, il 59,1% il metodo di allenamento basato sulla percezione dello sforzo anziché su carichi assoluti. Complessivamente, il 76% si è dichiarato soddisfatto dell’esperienza.
Su 24 partecipanti del gruppo sperimentale, un solo abbandono in due anni — e per un cambio di sede lavorativa. Chi conosce la letteratura sui programmi di wellness aziendale sa quanto sia anomalo: la norma è un’adesione entusiasta nei primi mesi seguita da un progressivo svuotamento.
Sono emerse anche critiche precise, ed è bene che siano nel paper: il 50% chiede stazioni di pausa attiva più varie, il 50% un aggiornamento dell’app, il 31,8% più tempo dedicato alle pause attive e più feedback sui test. Sono già la roadmap di sviluppo del progetto.
Dal triangolo del malessere al triangolo del benessere
Lo studio introduce due strumenti concettuali destinati a circolare: il Work-related Malaise Triangle (collo, spalla, schiena — i tre vertici del dolore da ufficio, tenuti insieme dalla mancanza di consapevolezza) e il Work-related Wellness Triangle (corpo, mente, ambiente — tenuti insieme dalla consapevolezza).
Non è retorica. È un modo per dire una cosa tecnica: il dolore del lavoratore d’ufficio non è un problema muscolare da risolvere con una sedia migliore, né un problema psicologico da risolvere con uno sportello di ascolto. È un fenomeno che nasce dall’interazione fra postura, carico mentale e ambiente — e va affrontato su tutti e tre i fronti insieme.
Questo posiziona UP150 dentro coordinate che i comitati di direzione conoscono bene: ISO 45001 per la gestione di salute e sicurezza, criteri ESG per la tutela del capitale umano, SDG 3, 8 e 12 delle Nazioni Unite. Un ufficio proattivo smette di essere una voce di costo del facility management e diventa un asset di governance.
Il merito: Gabriele Signorini e la scuola di Milano
Vale la pena dirlo esplicitamente. Uno studio longitudinale di due anni dentro un’azienda che continua a lavorare non si fa da una scrivania universitaria: si fa andando sul campo, mese dopo mese, riportando i partecipanti ai test quattro volte, recuperando accelerometri, conducendo interviste, gestendo i dati mancanti fisiologici di una sperimentazione così lunga.
Gabriele Signorini ha condotto questo lavoro sul campo dalla prima all’ultima misurazione, come parte del percorso dottorale svolto presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, sotto la supervisione del Prof. Pietro Luigi Invernizzi. È il quarto lavoro pubblicato della serie, dopo l’intervento iniziale del 2022 su IJERPH, lo studio qualitativo sulla motivazione del 2022 su Frontiers in Psychology e l’analisi longitudinale a un anno del 2024 su Sports.
Quattro pubblicazioni internazionali su quattro riviste peer-reviewed diverse, con protocolli che si confermano l’uno con l’altro. Non un colpo di fortuna: un programma di ricerca.
Quello che lo studio non dice
Un articolo onesto deve riportare anche i limiti che gli autori stessi dichiarano, e questo li dichiara con chiarezza esemplare.
Lo studio è stato condotto in una sola azienda, con un campione di 41 persone. Questo limita la generalizzabilità: non sappiamo ancora come il modello si comporti in una manifattura, in un contact center, in una cultura organizzativa diversa da quella di uno studio di architettura milanese. Mancano dati sul ritorno economico — assenteismo, costi sanitari, produttività — che sarebbero decisivi per un CFO. E servono ricerche su come le tecnologie indossabili e le app possano personalizzare ulteriormente l’intervento.
Gli autori scrivono che i risultati vanno interpretati con cautela. Hanno ragione. Ma “con cautela” non significa “con scetticismo”: significa che il prossimo passo è replicare in contesti diversi, non ricominciare da capo.
Perché da oggi si può osare
Per anni, chi progettava spazi di lavoro ha dovuto scegliere fra bellezza ed efficienza, fra rappresentanza e funzione. Il benessere era un accessorio: una zona relax, un frigo pieno, una parete verde.
Questa pubblicazione sposta la conversazione. Dice che un ufficio può essere progettato come dispositivo di salute pubblica — e che quando lo si fa con metodo scientifico, con figure professionali formate e con strumenti di misura validati, i risultati si vedono negli accelerometri, nei questionari validati e nelle parole delle persone. Tutti e tre insieme.
Il progetto UP150, sviluppato da Progetto Design & Build con il Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, non è più una proposta in cerca di validazione. È un modello validato che cerca contesti dove replicarsi.
L’ufficio non è soltanto il luogo dove si lavora. Da oggi, con una pubblicazione internazionale a sostenerlo, possiamo dire che è anche il luogo dove si può stare meglio di come si è entrati. Non era ovvio. Fino a poco tempo fa era considerato impensabile.
Adesso è pubblicato.
Bibliografia
Signorini, G., Scurati, R., Bosio, A., Pagano, A., Magaldi, E., Invernizzi, P. L., & Rigon, M. (2026). Integrating physical activity into the workplace: opportunities for enhancing employee health. Frontiers in Psychology, 17, 1812858. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2026.1812858
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Invernizzi, P. L., Signorini, G., Scurati, R., Michielon, G., Benedini, S., Bosio, A., et al. (2022). The UP150: a multifactorial environmental intervention to promote employee physical and mental well-being. International Journal of Environmental Research and Public Health, 19(3), 1175. https://doi.org/10.3390/ijerph19031175
Signorini, G., Scurati, R., D’Angelo, C., Rigon, M., & Invernizzi, P. L. (2022). Enhancing motivation and psychological wellbeing in the workplace through conscious physical activity: suggestions from a qualitative study examining workers’ experience. Frontiers in Psychology, 13, 1006876. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.1006876
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